Nello scritto “Il sintomo: un nemico da eliminare o un messaggio da comprendere” (vedi: https://www.martaluchettapsicologa.it/articoli/cos%C3%A8-un-sintomo) ho voluto evidenziare è che il sintomo parla: attraverso di esso la persona comunica una sofferenza che non deriva dal sintomo in sé, ma da qualcosa che sta sotto, in una posizione più nascosta di cui il sintomo diventa il canale di entrata. In altre parole, il sintomo può rappresentare un tentativo di autocura, un modo che il soggetto ha trovato per far fronte, attenuare e controllare una sofferenza che non riesce a gestire diversamente.
A questa riflessione si può aggiungere che i diversi orientamenti teorici analizzano il sintomo sotto differenti punti di vista. Per esempio, c’è chi lo descrive come l'espressione di conflitti, emozioni e bisogni che la persona non riesce a riconoscere o a esprimere direttamente; chi lo correla al modo in cui il bambino ha imparato a regolare le proprie emozioni nelle prime relazioni. Altri lo considerano come espressione del disagio dell’intera rete di relazioni entro cui il soggetto sintomatico è inserito. Oppure come una strategia di regolazione emotiva che con il tempo è diventata troppo rigida. Queste spiegazioni non sono necessariamente in contraddizione, bensì ciascuna riesce ad illuminare una parte differente del tema.
Ad oggi nessun orientamento, da solo, è sufficiente a spiegare la complessità dell'esperienza umana; perciò molti esponenti della psicologia contemporanea tendono a integrare prospettive diverse, preferendo una spiegazione piuttosto che un'altra a seconda dello specifico caso clinico. Coerentemente, ha assunto un ruolo sempre più importante il modello biopsicosociale, che permette una riflessione molto interessante anche sul tema del sintomo e consente di comprenderne la complessità. Si tratta di una teoria capace di tenere in considerazione aspetti biologici, personali e contestuali, secondo cui ogni fenomeno psicologico (e quindi anche ogni sintomo) può essere contestualizzato nell'interazione tra fattori che riguardano il cervello, le relazioni e l’individuo.
Cosa succede nel cervello quando si crea un sintomo?
Il cervello è progettato per mantenerci in vita. Dal momento che la sua priorità è quella di proteggerci, appena percepisce qualcosa come potenzialmente pericoloso mette in moto una serie di risposte per affrontare la situazione e rimanere illesi. Dunque, se una determinata strategia riduce il disagio (anche solo temporaneamente), il cervello tende a interpretarla come efficace e spesso la ripropone in situazioni simili. È un normale meccanismo di apprendimento.
Pensiamo a una persona che, dopo un attacco di panico, evita di prendere la metropolitana. Se in quel momento l'ansia diminuisce, il cervello interpreta questa riduzione come una conferma. Più precisamente, la riduzione dell’ansia agisce come un vero e proprio rinforzo negativo: un comportamento aumenta la propria probabilità di essere ripetuto perché permette di eliminare, almeno temporaneamente, qualcosa di spiacevole. Così, la volta successiva sarà ancora più probabile che la persona eviti quella situazione.
In altre parole, il fatto che il sintomo produca sofferenza non comporta necessariamente che la sua funzione originaria sia quella di farci soffrire; al contrario, molti sistemi cerebrali vengono coinvolti in sinergia con l’obiettivo primario di proteggere l'organismo, mantenere l'equilibrio interno o ridurre l'incertezza.
Cosa succede nell’individuo quando si crea un sintomo?
Se inizialmente il sintomo può aver avuto una funzione adattiva, con il passare del tempo rischia di trasformarsi in qualcosa di molto diverso. Può diventare sempre più rigido, occupare uno spazio crescente nella vita quotidiana e influenzare il modo in cui la persona pensa, sente e si relaziona con gli altri. Quando le strategie adattive continuano ad attivarsi anche in assenza della minaccia originaria, possono diventare disfunzionali e, se mantenute nel tempo, entrare a far parte della rappresentazione che la persona ha di sé.
In questo specifico esempio, la riduzione dell’ansia rafforza il comportamento di evitamento: è probabile che quella persona non sarà più in grado di prendere la metro, dunque la paura si è rafforzata (e non affrontata).
Tutti i sintomi possono mantenersi e diventare una caratteristica del Sé. Non è raro sentire frasi come: "Io sono ansioso", "Sono una persona depressa", "Sono fatto così", che ne sono l’esemplificazione. Il rischio è che il sintomo smetta di essere vissuto come un'esperienza e diventi un'identità; la persona inconsciamente modifica il proprio stile di vita per adattarsi al sintomo e finisce per rafforzarlo, aumentando la sofferenza.
Cosa succede nelle relazioni quando si crea un sintomo?
Se il sintomo diventa il canale per definire chi siamo, influisce inevitabilmente anche sulle relazioni in cui siamo inseriti. Il sintomo consolidato diventa il nostro biglietto da visita: tendiamo a presentarci agli altri attraverso quel sintomo e con quel sintomo.
Per esempio, tornando alla persona che evita la metropolitana, il suo sintomo potrebbe comportare l'organizzazione della vita attorno all’evitamento: rinunciare a situazioni sociali che comportano prendere questo mezzo, chiedere ad altri di accompagnarla, o sentirsi debole e dipendente, richiedendo al partner continue rassicurazioni. Il sintomo entra nella relazione nel senso che diventa una con-parte della nostra persona, un “pacchetto” da prendere insieme a noi.
Per concludere
Mi preme fare due precisazioni importanti riguardo a due possibili fraintendimenti:
Il sintomo non ha un vocabolario universale. Da quello che ho scritto emerge che il sintomo ha un significato. Tuttavia, dire che il sintomo ha un significato non significa affermare che esista un vocabolario universale in cui ogni sintomo corrisponde a un preciso problema psicologico. Due persone possono manifestare lo stesso sintomo per ragioni completamente differenti. Immaginiamo individui che sperimentano un attacco di panico: per il primo potrebbe comparire dopo mesi di stress lavorativo e sovraccarico; per il secondo potrebbe essere legato a un lutto recente; per un altro ancora potrebbe emergere in un momento di grande cambiamento di vita. Il sintomo è lo stesso, ma il suo significato cambia completamente. Non esistono formule valide per tutti. Esiste una persona con una storia irripetibile.
Ciò che si impara, si può disimparare. Si potrebbe dedurre erroneamente che, una volta formatosi, il sintomo diventi stabile, fisso e definitorio. Ma scrivere che il sintomo diventa una parte del Sé è estremamente differente dal sostenere che sia immutabile. Ho voluto evidenziare che il sintomo si impara proprio per far intendere che, allo stesso modo, si può disimparare. Naturalmente non è un processo semplice o scontato, ma è proprio uno degli obiettivi della terapia: diventare lo spazio sicuro in cui il cervello e la persona possono imparare ed esperire nuove forme di protezione, oltre il sintomo.
Riconoscere la funzione originaria della propria sofferenza è spesso il primo passo verso il cambiamento.
Se hai domande o ti interessa saperne di più sull'argomento,
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