Quante volte ti sei sentito bloccato davanti a qualcosa di nuovo? Di fronte a una nuova opportunità lavorativa, a un cambiamento inatteso, a un passo che richiede coraggio?
Quante volte hai rimandato qualcosa per così tanto tempo fino a non farla più? Oppure hai chiesto agli altri il “permesso” di cambiare qualcosa di te o per te?
La paura dei nuovi inizi è qualcosa di reale, concreto e molto più comune di quanto siamo soliti pensare. Non è un capriccio, non è immaturità e nemmeno debolezza, al contrario è un’esperienza psicologica che tutti almeno una volta hanno vissuto. La sensazione di blocco, l’ansia o persino l’angoscia che emergono davanti alle novità o alle nuove idee hanno radici profonde, reali e completamente spiegabili da diversi punti di vista.
Il cervello davanti all’incertezza
Sul piano neuropsicologico è risaputo che il cervello tende a interpretare ogni novità come incertezza. Infatti, almeno inizialmente, non siamo in grado di riconoscere la bellezza della novità o la curiosità ma viviamo il cambiamento come qualcosa di ignoto e non conosciuto. Tale forma di incertezza attiva l’amigdala che è il nostro “radar” della paura. L’amigdala entra in allarme percependo la situazione come potenzialmente minacciosa e a questo punto interviene la corteccia prefrontale, che ha il compito di valutare se la minaccia è reale oppure no. Quasi sempre la corteccia prefrontale riesce a valutare l’incertezza come non minacciosa e ci permette di affrontarla senza particolari problemi, ma quando siamo sovraccarichi, stanchi o stressati, questa valutazione diventa meno precisa: è più facile che il “nuovo” venga effettivamente classificato come pericoloso e che perciò tendiamo ad allontanarci. In questo processo potrebbe accadere che la dopamina, ormone legato alla curiosità, alla motivazione e alla spinta verso il nuovo, non sia rilasciata a sufficienza. Così il cambiamento potrebbe non apparire più come una possibilità stimolante, ma come un rischio da evitare. Inoltre, se nel passato abbiamo vissuto fallimenti o esperienze negative legate alla novità, entra in gioco anche l’ippocampo che partecipa al richiamo delle emozioni associate ai ricordi degli eventi passati e può riconoscere lo scenario e ci proteggerci “avvertendoci” di non ripetere ciò che ha fatto male.
Identità, difese e antiche paure
Dal punto di vista individuale è necessario iniziare sottolineando che noi siamo composti da una serie paure e convinzioni che viviamo come definizione della nostra persona e caratterizzanti della nostra identità. Sono elementi che, seppur erroneamente, tendiamo a vivere come fissi e immutabili come spesso emerge dalla comune espressione “sono fatto così” e soprattutto tendiamo a preservare.
Considerando che ogni nuovo inizio implica una trasformazione, questo va assolutamente in contrasto con la natura dell’uomo di preservare ciò che conosce, ciò che gli è noto e che può prevedere. Anche quando non è una situazione piacevole o ideale, tendiamo a rimanere fermi e a non cambiare perché questo comporterebbe andare in contro all’incertezza (“chi lascia il vecchio per il nuovo sa cosa lascia ma non sa cosa trova”). Con il tempo costruiamo una nostra identità, una narrazione di chi siamo, fatta di ruoli, tratti e certezze fragili ma rassicuranti.
Cambiare significa rimettere in gioco tutto questo: significa trasformare parti di sé senza sapere, in anticipo, cosa verrà dopo. L’angoscia e la paura che si attivano da una tale incertezza chiamano in campo alcune difese dell’Io con lo scopo di proteggerci da una possibile sofferenza. Per questo motivo a volte razionalizziamo (“non è il momento giusto”), svalutiamo (“forse non è poi una grande opportunità”), proiettiamo (“non lo faccio perché gli altri non me lo permettono”), evitiamo e procrastiniamo. Le difese non sono un sono segno di fragilità: sono tentativi di mantenere in equilibrio il nostro senso di identità. Sono nostre alleate perché ci proteggono dalla sofferenza e dal timore associato. Dietro la paura del cambiamento c’è il timore di perdere il proprio ruolo e la propria stabilità interna. Una domanda silenziosa attraversa tutto: “Se smetto di essere quello che sono sempre stato… chi sarò?”
Il ruolo della famiglia e delle relazioni
Infine, non possiamo dimenticare il contesto relazionale in cui viviamo. Ogni individuo appartiene a un sistema – familiare, affettivo, sociale – fatto di ruoli, regole implicite, narrazioni e aspettative che creano un equilibrio. Quando una persona cambia, tutto il sistema è costretto a riorganizzarsi.
E ogni cambiamento, anche quando necessario, è percepito come una piccola crisi: un momento in cui cadono certezze e si muovono equilibri. Per questo se da un lato la persona in cambiamento spesso sperimenta la paura di perdere il proprio posto all’interno del gruppo (ansia da separazione), o di modificare il proprio ruolo e distinguersi (ansia di autoaffermazione), dall’altro lato anche la famiglia può inconsciamente ostacolare il processo con messaggi del tipo “perché dovresti farlo?”, “non è il momento” oppure “non rischiare, resta dove sei”. Ovviamente è necessario tenere in considerazione che quello della famiglia solitamente è un meccanismo inconscio per evitare di dover cambiare a sua volta, non è egoismo o tantomeno sfiducia.
Perché tutto questo è importante?
Appare ora evidente che la paura della novità non è una mancanza di coraggio, bensì è l’esito della convergenza di più dimensioni delicate, tra cui l’attivazione neurobiologica del sistema della paura, l’equilibrio interno della nostra personalità, con le sue difese e i suoi desideri e l’equilibrio esterno del sistema familiare e relazionale. Dalla combinazione di questi e altri elementi nasce quella sensazione di ansia, blocco e incertezza che accompagna ogni nuovo inizio e che forse alla luce di questa spiegazione risulta un pochino più spiegabile.
E allora? Cambiare o non cambiare?
Comprendere questi meccanismi non significa trovare scuse per non cambiare o avere un alibi per rimanere fermi nella “confort zone”, magari lamentandoci della situazione senza però muoverci di un millimetro come spesso accade. Anzi: significa riconoscere che la paura è parte del processo evolutivo, accoglierla e saperla ascoltare perché, se è vero che chi non fa non sbaglia, è altrettanto vero che chi non fa non cresce, non si evolve e non progredisce verso la versione migliore di sé.
Non cambiare è, forse, è il torto più grande che possiamo fare a noi stessi!
Se hai domande o ti interessa saperne di più sull'argomento,
puoi scrivere alla dott.ssa Luchetta: