"Perché continuo ad avere attacchi di panico?"
"Perché l'ansia arriva proprio quando sembra andare tutto bene?"
"Perché il mio corpo continua a dirmi che qualcosa non va?"
Comunemente, quando compare un sintomo il primo impulso è quasi sempre lo stesso: farlo sparire il prima possibile.
È una reazione comprensibile: nessuno desidera convivere con l'ansia, con l'insonnia, con il senso di vuoto, con gli attacchi di panico o con un malessere che sembra non avere una spiegazione. Si cerca una soluzione immediata, un modo per interrompere il più velocemente possibile quella sofferenza per tornare alla normalità.
Eppure, da un punto di vista psicologico, la questione non è così semplice. In terapia il sintomo non rappresenta un problema da eliminare, o almeno non inizialmente. In terapia il sintomo è il risultato multifattoriale di molti elementi concatenati e non scindibili che riguardano l’individuo, la sua storia, il suo contesto di vista, il suo modo di comunicare e il suo modo di relazionarsi. Per questo motivo va considerato proprio nella sua interezza, nella sua capacità espressiva e nella sua funzione. Ma soprattutto va analizzato prima che eliminato.
Il sintomo è un segnale.
Etimologicamente “sintomo” deriva dal greco e significa “accadere, capitare”. Nel linguaggio comune utilizziamo la parola sintomo per indicare qualcosa che non funziona: un dolore, una difficoltà, una manifestazione di una malattia. In medicina è proprio così: il sintomo rappresenta un indice di una possibile alterazione dell'organismo; si tratta di un fenomeno attraverso cui si manifesta lo stato di malattia. La febbre, ad esempio, non è la malattia, ma una manifestazione della risposta del corpo a un'infezione o a un'infiammazione. Il valore del sintomo è guidare il medico verso una diagnosi e, successivamente, verso il trattamento più adeguato. Analogamente, anche in psicologia il sintomo è un segnale. Si intende un indicatore di qualcosa che non va, di una sofferenza, di un conflitto o di una difficoltà. Tuttavia, psicologicamente, questa spiegazione non basta, è semplicistica e non esaustiva perché, in questo ambito, non si tratta di un segnale nella logica causa-effetto, ma di un segnale multifattoriale, complesso e quasi sempre inconsapevole. Necessita di essere osservato e analizzato in un tempo consono, specifico per la persona, di essere compreso, ascoltato e guardato con curiosità e interesse.
Prima di proseguire mi preme fare un’importante precisazione. Osservare il sintomo e lasciargli il tempo di esprimersi non significa che debba essere sopportato o lasciato lì senza intervenire. Significa, piuttosto, che può raccontare qualcosa di importante su di sè, sul momento che si sta vivendo e sul modo in cui l’organismo sta cercando di affrontarlo. Comprendere il sintomo non vuol dire giustificarlo, ma chiedersi in modo tutt’altro che superficiale perché sia comparso proprio in quel momento e quale funzione possa aver assunto nella propria vita, con l’obiettivo di andare dritti al punto e intervenire sulla causa specifica e profonda del sintomo stesso.
Il sintomo è un linguaggio.
Il sintomo è un elemento che entra a far parte del linguaggio che l’individuo ha a disposizione, e di cui a volte nemmeno si rende conto. Il sintomo partecipa ad un sistema complesso di significati e comunicazione; usa parole sue ma soprattutto gesti. La depressione, per esempio e solo in alcuni casi, potrebbe comunicare che non si possono sopportare altri legami, che quelli precedenti e ormai scomparsi hanno causato un dolore ancora intollerabile, che non ci si sente pronti ad essere immersi nuovamente nel mondo senza un’armatura e che si vorrebbe qualcuno accanto, pronto in momento e in qualsiasi contesto. E potrebbe dirlo attraverso una chiusura in sé stessi, nella propria camera o nella propria casa, potrebbe dirlo attraverso il ritiro da qualunque tipo di interazione umana, attraverso l’incapacità e l’impossibilità di prendersi cura di sé per rendersi presentabili alla società e attraverso molteplici altri piccoli elementi spesso poco considerati.
In parole più semplici di fronte ad un sintomo la domanda più giusta da porsi è “Cosa mi vuole dire di me?”, “Cosa voglio comunicare?”
Il sintomo è una porta d'accesso alla comprensione della persona nella sua interezza.
Per comprendere questo punto possiamo servirci di una metafora che a mio parere è estremamente chiara ed esaustiva: se mentre si guida si accende la spia del motore, essa rappresenta un segnale. Il problema non è la spia in sé ma il guasto al motore che è invisibile a prima vista. Una volta accesa la spia si può agire almeno in due modi. Il primo è lavorare sulla spia, fare in modo di spegnerla o magari metterci sopra un adesivo per non vederla. In questo modo la luce smetterà di infastidire, ma il problema meccanico continuerà a esserci. Oppure si può scegliere di utilizzare la spia come l’indicatore del problema, non lavorare direttamente su di essa ma scoperchiare il cofano e osservare cosa non va davvero. Vedere dove è il guasto effettivo e riparare direttamente quello. In questo caso la spia smetterà da sola di illuminarsi perché non avrà più nessun guasto da segnalare. Allo stesso modo, il sintomo non coincide necessariamente con la causa della sofferenza: spesso è il modo attraverso cui quella sofferenza diventa visibile, possiamo scegliere di coprirlo per non vederlo oppure cogliere l’occasione per esplorare, con curiosità, cosa c’è sotto.
Il sintomo è un tentativo di adattamento.
Oltre a indicare una sofferenza il sintomo racconta anche come la persona che ne soffre sta cercando di adattarsi alle proprie difficoltà. Questa è forse uno dei concetti più complessi da comprendere, ma sicuramente condiviso dai maggiori modelli psicologici contemporanei. L’organismo è una macchina perfettamente imperfetta, costantemente impegnato a proteggere l’individuo dai pericoli, sia fisici sia psicologici. Quando percepisce una situazione che interpreta come minacciosa mette in atto una serie di risposte con lo scopo di gestire quel momento. Ciò è fantastico, perché permette di tutelarsi dai problemi e dalle difficoltà, si trovano strategie alternative per adattarsi a condizioni di vita non sempre ottimali e non sempre del tutto tollerabili. Tuttavia, il problema nasce quando queste strategie nate per proteggersi nel breve periodo vengono interiorizzate e continuano a essere utilizzate anche quando non sono più necessarie. Si pensi, ad esempio, all'ansia: in alcune condizioni è una risposta estremamente utile: aumenta l'attenzione, prepara il corpo all'azione e permette di reagire rapidamente ai pericoli. Se però il cervello continua a interpretare come minacciose tutte le situazioni che non lo sono realmente, quella stessa risposta può trasformarsi in una fonte di sofferenza. Lo stesso vale per altri comportamenti: l'evitamento può proteggere temporaneamente dalla paura di fallire o di essere giudicati, ma se diventa l'unico modo di affrontare le difficoltà finisce per restringere progressivamente la nostra vita. Le compulsioni possono ridurre momentaneamente l'angoscia, ma allo stesso tempo contribuiscono a mantenerla nel tempo. Anche alcuni stati depressivi possono essere interpretati, in determinate circostanze, come una risposta di rallentamento dopo periodi di stress intenso, sovraccarico o perdita. Ma, quando questa condizione persiste, smette di essere una risposta adattiva e diventa essa stessa il problema. In altre parole, ciò che inizialmente protegge può, con il tempo, trasformarsi in una prigione.
In terapia.
In campo terapeutico il sintomo si connota di significati differenti con letture che possono cambiare a seconda dei diversi modelli di intervento, ma a prescindere dalle specifiche connotazioni di significato la maggior parte degli orientamenti teorici concordano sul fatto che il sintomo è molto di più di qualcosa che va eliminato. A questo punto dello scritto dovrebbe essere ormai chiaro il cambio di prospettiva che ritengo necessario: il sintomo non è qualcosa da combattere, bensì qualcosa da accogliere nella stanza di terapia. È necessario fargli posto e lasciarlo parlare. Diventa un alleato che da una parte orienta il clinico nella conduzione del percorso e dall’altra aiuta l’utente a esprimere tutti quegli aspetti di sé che fatica a riconoscere, elaborare e accettare. Il sintomo diventa il compagno della terapia, la spalla a cui appoggiarsi e spesso da mandare avanti prima per primo.
Tuttavia, la questione non è così semplice. Esistono almeno due problemi che vale la pena citare. Il primo spesso sorge dalla richiesta e dall’obiettivo, più o meno espliciti, del paziente di “togliere” il sintomo e tornare alla condizione pre-sintomatica in modo mirato e puntuale. Per adempiere a questo scopo, e dal momento che i rapporti causa-effetto del sintomo con la sofferenza sono tutt’altro che lineari, è necessario interrogarsi su come esso abbia a che fare con la personale storia di vita, con gli specifici contesti, con la realtà circostante, e soprattutto in quali aspetti sta tutelando la persona che ne è affetta. A questo punto qualcuno potrebbe sostenere che esistono farmaci specifici per ogni problema, anche psicologico. Ciò di fatto rappresenta una realtà, la cura psico-farmacologica può essere utile a volte, altre assolutamente necessaria e lungi da me sostenere che sia superflua. Tuttavia, anche contemporaneamente all’assunzione di farmaci, qual ora necessari e prescritti dagli psichiatri competenti, non si può prescindere dal contestualizzare l’insorgere degli stessi sintomi all’interno del proprio assetto di personalità e dalla propria storia di vita. Solo attraverso una profonda comprensione e interpretazione a-giudicante si potrà accedere alle cause, alle radici e alle origini del sintomo. Il secondo problema è che il sintomo non vuole essere scoperto. Esso tenderà a sfuggire, a non lasciarsi prendere, il suo significato tenderà a nascondersi, a camuffarsi. Il sintomo si è ormai consolidato, sta bene così e non vuole lasciare la sua postazione privilegiata nella vita della persona. Di conseguenza il percorso terapeutico richiede un duro lavoro, condiviso tra paziente e analista, per svelare ciò che il sintomo tende a celare e recuperandone il significato psicologico originario. La questione si complica ancor di più se si considera il fatto che spesso il motivo del disagio sottostante il sintomo è così doloroso da essere almeno in parte rimosso, dimenticato e allontanato dallo stato di coscienza.
Infine e per concludere, ritengo utile esplicitare uno dei risvolti che mi sembra tra i più importanti. Non si guarisce quando il sintomo è scomparso, bensì quando ci si sente liberi e sicuri di “abbandonare” coscientemente il sintomo che fino a quel momento è stata la stampella di sopravvivenza, preferendo meccanismi più funzionali.
Se hai domande o ti interessa saperne di più sull'argomento,
puoi scrivere alla dott.ssa Luchetta: