“Mi merito di stare bene?”
A questa domanda, probabilmente, molti risponderebbero d’istinto: “Sì, certo!”.
Ma è davvero così per tutti?
Capita più spesso di quanto immaginiamo di incontrare persone che, dopo aver raggiunto un importante successo, invece di provare gioia sperimentano tristezza, disagio o persino senso di colpa. Alcune persone arrivano a nascondere i propri traguardi, per paura di apparire presuntuose o di “tirarsela”; altre evitano inconsapevolmente di perseguire obiettivi desiderati, come se raggiungere la felicità fosse qualcosa di rischioso. Altre ancora sembrano cercare continuamente un motivo per lamentarsi, piuttosto che concedersi il diritto di godere di ciò che hanno ottenuto.
Può sembrare paradossale, ma la paura di essere felici è un tema che emerge frequentemente anche nei percorsi psicologici: alcune persone arrivano in terapia portando sofferenza legata al lavoro, al* le relazioni o ad altri ambiti della vita, ma nel profondo si confrontano con una difficoltà più complessa: la paura di stare bene, di lasciarsi andare alla gioia e di raggiungere una condizione di serenità.
A questo proposito viene utilizzato il termine “cherofobia” (dal greco chairō, “gioire”, e phobos, “paura”), ovvero la paura della felicità. Non si tratta di una diagnosi clinica riconosciuta nei principali manuali diagnostici, ma di un costrutto psicologico studiato in particolare da Mohsen Joshanloo (2013), che ha sviluppato la Fear of Happiness Scale per esplorare la tendenza di alcune persone a considerare la felicità come qualcosa di potenzialmente pericoloso, vulnerabile o destinato ad avere conseguenze negative. In altre parole, per alcune persone può esistere la convinzione implicita che “quando arriva qualcosa di bello, prima o poi accadrà qualcosa di brutto”.
Un altro concetto utile per comprendere queste dinamiche è quello di autosabotaggio, introdotto dagli psicologi Edward E. Jones e Steven Berglas nel 1978. Con questo termine si indica la tendenza a mettere in atto, spesso inconsapevolmente, comportamenti che ostacolano il raggiungimento dei propri obiettivi. La persona che si autosabota può desiderare profondamente un traguardo e impegnarsi per raggiungerlo, ma allo stesso tempo nutrire convinzioni profonde come “non sono abbastanza”, “non me lo merito” o “non sono all’altezza”. Il risultato può essere quello di creare, senza rendersene conto, le condizioni per fallire e confermare così la propria immagine negativa di sé.
Un esempio potrebbe essere quello di uno studente che non si sente capace nello studio, ma che desidera dimostrare a sé stesso e agli altri il proprio valore. Potrebbe prepararsi per mesi, raggiungere una preparazione eccellente e conoscere perfettamente il programma. Tuttavia, arrivato davanti alla commissione d’esame, potrebbe sperimentare un forte blocco emotivo e avere un vuoto di memoria. Questo episodio, oltre alla delusione, potrebbe rafforzare la convinzione iniziale: “Non sono capace”. In questo modo, paradossalmente, il fallimento diventa più familiare e meno minaccioso del successo.
Un’altra prospettiva interessante riguarda il concetto di schemi interni maladattivi, ovvero convinzioni profonde e rigide che influenzano il modo in cui una persona interpreta sé stessa e il mondo. Alcuni esempi possono essere: “Non mi merito di stare bene”, “La felicità non è per me” oppure “Le cose belle non durano mai”. Questi schemi spesso si sviluppano nelle prime esperienze di vita e possono diventare così radicati da sembrare verità assolute, anche quando non riflettono più la realtà attuale.
Secondo l’approccio sistemico-relazionale, inoltre, la difficoltà nel concedersi la felicità può essere collegata alle narrazioni familiari e ai valori trasmessi all’interno del proprio sistema di appartenenza. Una persona cresciuta in un contesto in cui vengono fortemente valorizzati il sacrificio, la fatica e la sofferenza potrebbe interiorizzare messaggi come:
“Senza sacrifici non puoi arrivare da nessuna parte.”
“Prima il dovere e poi il piacere.”
“Se non è difficile, probabilmente non vale abbastanza.”
In questi casi, raggiungere un successo senza sofferenza potrebbe generare un senso di colpa, perché potrebbe essere vissuto come un allontanamento dai valori familiari appresi. La felicità rischia così di essere percepita non come una conquista, ma come qualcosa che mette in discussione la propria appartenenza.
Anche Sigmund Freud parlò del fenomeno della “reazione terapeutica negativa”, descrivendo la difficoltà di alcune persone ad accettare il miglioramento e la guarigione. Non solo la felicità fa paura, ma in questa prospettiva, stare meglio può diventare fonte di ansia anche perché implica un cambiamento: lasciare una condizione conosciuta e stabile, anche se dolorosa, per entrare in una situazione nuova, meno prevedibile e forse temporanea, crea molta agitazione.
Inoltre, quando una persona è poco abituata a sperimentare stati di benessere, il cervello può interpretare la felicità come una condizione insolita e quindi potenzialmente rischiosa, attivando meccanismi di allerta e ansia anche nei momenti positivi.
Naturalmente, queste sono solo alcune delle possibili spiegazioni di un fenomeno complesso, che richiederebbe molto più spazio per essere approfondito. Tuttavia, già queste riflessioni permettono di interrogarsi su un aspetto fondamentale: la felicità non è sempre qualcosa che siamo automaticamente in grado di accogliere.
Stare bene richiede spesso il coraggio di mettere in discussione convinzioni profonde, riconoscere le narrazioni che abbiamo ereditato e scegliere quali mantenere e quali trasformare. Significa imparare a concedersi ciò che forse, per molto tempo, abbiamo pensato di non meritare.
A volte, la domanda più difficile non è “come posso essere felice?”, ma: “Sono davvero disposto a permettermi di esserlo?”.
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